Come nasce una mamma marsupio…parte uno
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“ai miei tempi queste diavolerie non c’erano!”

“ha speso già tanti soldi in cose inutili; ora spendo anche questi soldi nella fascia sperando che la usi davvero”

“spesa più, spesa meno, la accontento anche in questo”

“chissà poi a cosa le serve”

“ma non vedi che il bambino piange? non gli piace!”

Queste sono solo alcune delle frasi che, nel corso degli anni, le mamme che hanno scelto di venire in negozio ad informarsi su fasce e marsupi si sono sentite dire da amiche, nonne, suocere, madri, mariti e compagni.

Queste sono le frasi con cui, prima o poi, tutti coloro che hanno approcciato il babywearing hanno avuto a che fare. C’è anche di peggio, lo so,  ma lo riservo per un altro capitolo.

Perchè una mamma arriva ad informarsi sul portare? Quali sono le esigenze pratiche o emotive che portano una donna a voler tenere suo figlio sul cuore? (eh sì, qualcuno arriva a chiedersi anche questo!)

I percorsi informativi sono tanti e variegati. Esistono le meravigliose Consulenti o Istruttrici che tengono incontri informativi gratuiti, esistono gruppi Facebook dedicati, esistono gruppi spontanei di mamme, esistono consultori in cui viene dato spazio al portare e poi esistono (pochi) negozi fisici in cui prima di acquistare si può semplicemente guardare, provare, chiedere.

Da Mamma Marsupio vediamo arrivare mamme fresche di test di gravidanza che iniziano a “portarsi avanti” informandosi, mamme con pance importanti che pesano e cercano già soluzioni pratiche, mamme di secondi o terzi figli che iniziano a pensare a come organizzare al meglio la routine di accudimento dei più grandi senza troppo ingombro di passeggini specie nei transfer casa-asilo/scuola.

Quando si arriva ad informarsi e i bimbi sono ancora nella pancia i tempi non sono serrati, ci si siede, si chiacchiera, si spiega, si mostrano i vari supporti, si risponde a domande più o meno pratiche e spesso si divaga. Tutto di norma avviene nella calma e nella serenità più totale. Le mamme hanno tempo di andare a casa, ponderare, comprendere, riflettere. Di norma al ritorno  le idee sono piuttosto chiare; c’è l’entusiasmo nell’acquistare un prodotto positivo per l’accudimento, c’è tutta la gioia di uno dei cambiamenti più grandi della vita!

Quando si arriva ad informarsi ed i bimbi sono già nati invece ci sono moltissime dinamiche in gioco. Le mamme bis o tris sono sempre piuttosto risolute e mettono a tacere senza troppi fronzoli i loro oppositori; sanno che stanno acquistando  un mezzo che le renderà più libere, qualcosa che dopo i primi imbarazzi nell’utilizzo renderà le loro giornate più scorrevoli. Le mamme bis o tris sono meravigliose, vanno come treni e nessuno le ferma.

Quando si arriva ad informarsi e si è al primo figlio invece….spesso ci si trova davanti a mamme provatissime che non immaginavano cosa avrebbe significato portare a casa quello splendido fagottino che scalciava così meravigliosamente in utero.

E io le capisco, oh se le capisco!

Quando aspettavo Rebecca ero del tutto incosciente. Eppure avevo speso i miei nove mesi di attesa comprando libri in tre lingue sulla maternità, avevo letto blog e forum di professionisti di qualsiasi orientamento, avevo stressato il mio compagno oltre ogni livello pensabile rispetto a tutti i possibili scenari di organizzazione pratica della casa costringendolo a portarmi ad acquistare ogni stupido genere di ninnolo proposto dai grandi marchi infanzia. Mi ero iscritta tronfia al corso pre-parto in una grandissima struttura milanese convinta che l’ostetrica mi avrebbe illuminata e guidata verso una nuvola soffice di maternità perfetta.

Orbene…..quando sono rientrata a casa col mio fagottino rosa ho scoperto che non sapevo niente. Non sapevo cosa fare con lei, come vestirla senza paura di romperle braccia e gambe, come lavarla senza avere il terrore che mi scivolasse e sbattesse la testa chissà dove, non sapevo quanto e se offrirle il seno (ma solo uno o tutti e due?!), non sapevo se i pianti fossero per fame, dolore o altro. Il secondo giorno a casa mi sono guardata allo specchio e ho capito che non avevo capito niente.

Attorno a me non avevo nessuno a cui chiedere, ero la prima mamma del gruppo amiche perciò il confronto stava a zero mentre io non dormivo e loro pensavano a dove organizzare l’aperitivo. Mia madre non ha saputo mai rispondere ad una sola domanda rispetto all’accudimento della bambina; sono arrivata perfino a chiederle se mi avesse trovata già 15enne nell’uovo di Pasqua. Il pediatra che al tempo mi pareva solo un burbero nemico mi metteva ansia e paura e accresceva il mio senso di inadeguatezza. Le differenze culturali sull’accudimento diventavano abisso e “se piange si allargano i polmoni”, “in braccio la vizi”, “se piange è perchè è viva”, “dammela qua che la calmo io”.

Nessuno mi aveva detto che avrei avuto bisogno di tempo. Nessuno mi aveva detto che prendere in braccio risolve molti pianti. Nessuno mi aveva detto che le visite di amici e parenti si potevano anche posticipare perchè la relazione aveva bisogno di tempo per crescere e trovare una parvenza di equilibrio. Nessuno mi aveva detto che avrebbero tutti solo voluto prendermi dalle braccia quello scricciolo per cullarla e coccolarla senza minimamente pensare che l’utilità di quei giorni stava solo nel farsi da parte e, al limite, portare cibo pronto e dare una lavata al pavimento mentre IO coccolavo quello scricciolo rosa perchè nè io nè lei avevamo ancora chiaro che fosse uscita dalla pancia.

Ecco perchè le neo mamme che entrano in negozio hanno già tutta la mia comprensione. Sono stata inadatta anche io. Sono stata triste anche io. Sono stata circondata da chi non capiva e criticava più o meno apertamente anche io.

E allora poco conta per me che chi accompagna non comprenda; comprenderà poi nel vedere una moglie o una figlia serena nel momento in cui si metterà addosso quello scricciolo e si godrà quei trecento metri di strada che vanno da casa al panettiere. Conta che quella mamma vivrà dei lunghi pomeriggi in casa con le sue mani libere e il suo bambino sul cuore. Conta la serenità di una mamma perchè si riflette sulla serenità di un neonato e di un marito; e scusate se è poco!

E allora quei metri di tessuto colorato devono essere visti da tutti come una risorsa, come un ponte verso una relazione che si crea ogni giorno di più, come un mezzo pratico per sgravare una giornata o una nottata, come un investimento che coi soldi ha ben poco a che fare.

Una mamma marsupio a volte nasce per disperazione. Per inadeguatezza. Per vie così traverse che dopo anni non vi sembrerete nemmeno voi.

 

 

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About the Author: Deborah Asnaghi
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